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Il Pesce che non c’era

Quando a cinquant’anni ho deciso di lasciare Catania, insieme alla mia compagna per andare a vivere a Roma, l’ho fatto guidato dalla voglia di intraprendere qualcosa di nuovo, nuove avventure da vivere, nuovi entusiasmi.
Ho sempre fatto il commerciante, dall’età di quattordici anni. Ho girato l’Italia e ho aperto e chiuso molte attività, cosa che mi ha aiutato a crescere professionalmente e a mirare sempre più in alto, sempre curioso di sapere quale sarebbe stato il prossimo traguardo e sempre intenzionato a raggiungerlo.

Fino a questo momento, a Roma abbiamo lavorato nel campo che conosciamo meglio, ovvero quello dell’abbigliamento e delle calzature, ma negli ultimi mesi abbiamo cominciato a sentire la stanchezza di un lavoro ripetitivo che non riusciva più a darci quell’entusiasmo di cui andiamo in cerca.

Per rimediare alla noia del lavoro, abbiamo cambiato tantissimi appartamenti nella capitale e ogni sera andavamo a cena fuori.Sono nato e cresciuto al mare, dove la mattina vedevo rientrare i pescatori con le loro barche e lampare. Ogni giorno, a pranzo e cena, in qualsiasi momento dell’anno, mangiavo pesce. Freschissimo, variegato, con la polpa
resa vigorosa dalle forti correnti del Golfo di Catania, dove l’acqua fredda e nervosa impone ai pesci di muoversi con energia.

A Roma però tutto è cambiato. Pur riconoscendo la bontà di alcuni ristoranti, non riuscivo mai a trovare il pesce che mi ricordasse le mie origini. Quando li assaggiavo mi rendevo conto che erano deboli, senza forza. Per non parlare del mio disappunto tutte le volte che i ristoranti mi proponevano solo le alternative del rombo, della sogliola e di poche altre specie. E le Triglie? E il Pesce Spada? E i Pettini? E il Merluzzo? E’ come se uno decidesse di mangiare solo spaghetti, quando i tipi di pasta sono infiniti!

Dopo varie peripezie e spinti dalla sempre crescente noia per il lavoro di commercianti, abbiamo deciso che era arrivato il momento di ricominciare a mangiare come avevamo sempre fatto. Ritornare alle origini con il cibo, ritrovare il pesce, i sapori, quegli odori e colori che abbiamo solo conosciuto in Sicilia. Abbiamo così cominciato la nuova avventura con “A Maidda”, il ristorante che noi cercavamo. Lo cercavamo, prima di tutto, come clienti. E, come ristoratori, desideriamo che i nostri clienti escano dal nostro locale sospirando “finalmente ho mangiato del vero pesce!”.

Lo chef è rigorosamente Siciliano, le materie prime che utilizziamo sono di primissima qualità: il pescato arriva fresco tre volte a settimana, direttamente da Catania; il Pistacchio non è semplicemente quello più buono di Bronte, ma il migliore che si trova in paese, quello prodotto da una famiglia che ci consegna in grandi sacchi di iuta; la pasticceria è fornita tutta dal miglior pasticcere della Sicilia. Tutte, quindi, materie freschissime e di primissima qualità. Cerco l’eccellenza e da giovane ho girato abbastanza la mia terra per sapere in quali paesini sperduti si possa trovare.

Molti mi chiedono cos’è ‘A Maidda: il mio ex suocero, gran buona forchetta, quando aveva fame diceva “non vedo l’ora di tornare a casa per mangiare ‘na maidda di pasta”. La maidda è un mobile dove anticamente si usava impastare il pane, quindi ha una capienza piuttosto larga. E noi, la nostra maidda, la vogliamo riempire con tutte quelle cose che a Roma mancavano. E sono tante.